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10.03 – 24.05.2026

Opening 10.03.2026 | h. 18-20

La Galleria Giorgio Persano è lieta di presentare We do not want to become legendary because we’ll disappear, mostra personale di Lida Abdul. L’esposizione esplora il tema dell’identità, in tensione tra memoria e oblio, attraverso una serie di lavori fotografici concepiti a Kabul dal 2005 al 2013.

Lida Abdul si definisce un’artista nomade. A causa delle guerre che hanno lacerato il suo paese d’origine, l’Afghanistan, la vita di Abdul è infatti segnata da continui spostamenti. Il suo lavoro mette a tema l’eredità di questi conflitti, esplorando il rapporto tra la fissità dell’identità e l’inarrestabile dinamismo del vivente, la questione dell’esilio e quella della resistenza politica.

La mostra si apre con una grande fotografia del 2008 in cui dei bambini giocano con un vecchio aereo militare russo nella periferia di Kabul, mostrando come la bellezza e l’innocenza del gioco possano fornire un antidoto alla tragedia. Nelle fotografie della serie Brick sellers of Kabul (2006), invece, una fila di bambini è intenta a ricostruire una scultura cubica con alcuni mattoni recuperati dalle rovine circostanti. La scena, che si svolge durante una tempesta di sabbia, esprime il surrealismo e la temporalità sospesa di questo momento in cui distruzione e ricostruzione si intrecciano in un rito. La serie White House (2005), in cui un uomo di spalle contempla le rovine di un edificio istituzionale distrutto da un bombardamento statunitense, è il frutto di un lavoro performativo in cui l’artista dipinge le macerie di bianco – colore fortemente simbolico. Nella cultura islamica, infatti, il bianco è associato al lutto. In quella cattolica, alla pace. Il bianco è però anche il colore dell’oblio, nonché, come il titolo ci suggerisce ironicamente, dell’edificio simbolo del potere statunitense. White House ci mette quindi di fronte all’irriducibile complessità di ogni operazione di elaborazione.

Infine, in Time, Love and the Workings of Anti-Love II (2013-2017), Abdul raccoglie e ingrandisce alcune fotografie per passaporti trovate durante un viaggio di ricerca nel paese nel 2010 e appartenenti a un fotografo di strada. Le immagini, scattate durante gli anni di conflitto, sono testimonianza delle conseguenze della guerra sulle vite concrete delle persone che vi sono implicate, delle storie e delle speranze che si celano dietro i loro sguardi. Ad essere al centro, ancora una volta, è la tensione tra immobilità e movimento, l’inestricabile intreccio di memoria collettiva e oblio.

Opere della mostra